Spesso accade qualcosa di strano: vado contro natura. Perché le acque non si oppongono al vento, ma si lasciano trasportare da esso? Perché devo vivere secondo i dettami delle mie paure e non mi abbandono alla vita? Difficile parlare agli altri quando questi non hanno orecchie. Quello che pensano gli altri ha poca importanza per me eppure le loro elucubrazioni in qualche modo influisce su di me. Non ho voglia di star a sentire questa massa di pervertiti che mi circonda, ma mi condizionano. Vorrei soltanto lasciarmi trasportare, essere leggero. Invece sto qui a dimenarmi, tra una riga e l’altra, alla ricerca di un inutile risposta che mai verrà. Sono un pazzo, sono un folle. Mi tocca pensare, mi tocca soffrire. Vorrei poter esprimere un concetto semplice e banale, ma come si può parlare del gusto del cioccolato? Ho voglia di capire è questa la mia grande sofferenza. Che sono queste se non inutili parole? Che scopo hanno? Cerco sollievo ma non lo trovo. Mi accorgo che… Vorrei poter dire ma non posso. Tutti questi “ma” indicheranno qualcosa? Mi sento soffocare, ho un cappio al collo. Ho bisogno che queste mie catene vengano sciolte e che proceda verso il sentiero del giusto e del vero. Cosa è giusto? Qui tutti conoscono la morale, tutti sanno indicare il buon cammino. È il paese del pervertito, il mondo della decadenza. Alzo gli occhi al cielo e non trovo alcun punto luminoso che mi indichi il cammino. Solo sarai per il resto della tua vita! Ma finiscila – ripete il pervertito – vai a lavorare o studia che è meglio, bambino viziato! Oh povero sciocco, se solo Madre Natura avesse donato meno bocche per poter parlare! Dov’è l’umiltà? Chi è umile? Il sottomesso? Pensala così mio caro pervertito affinché la serenità entri a far parte del tuo stupido mondo! Sciocchi, oh poveri schiocchi! Avvolgetevi nelle vostre tristi fantasie per trovare la sicurezza di cui avete bisogno. Il pervertito dalle mille forme. Perché cercare la sicurezza? Cos’è la sicurezza? Sicuro è tutto ciò che ti rende forte. Ma essere forti cosa vuol dire? Prevalere sull’altro, sulle masse degli inetti. Ecco il pervertito è colui che ha gioco della vera esistenza! Ah sicurezza! Ho voglia di molestare la mia bocca con questa parola. La storia di oggi è la storia di tutti, di tutti gli uomini muti che parlano. Troppe persone, troppe parole, nessun significato. Ma finiscila di masturbarti mentalmente! – mi urla il pervertito. Non ho voglia di ascoltarti, ho voglia di pensare, ho voglia di soffrire. Allora non lamentarti! – mi rimprovera. Devo darti ragione, se solo queste mie parole fossero un lamento. Ecco che la legge della natura smette di esistere: il più debole prevale sul più forte! Parole, parole, parole, queste sono le mie. Ti attacco, ti trafiggo, ti uccido con questo mio dire. Smettila fallito! – mi urla contro il pervertito. Rido come mai ho fatto. Il ridere è di cattivo gusto, il sorriso è la vera arte. Rido. Come può l’uomo creare al suo intelletto un falso limite? Ed ecco che vien fuori il nostro millennio: il ritorno della decadenza. Io soffro e te godi. Io so vivere – mi dice il pervertito. Vivere? Cosa vuol dire vivere? Che hai forse compreso la vita? Ma certo che lo hai fatto! Imprimi i tuoi pugni sui volti degli inabili, distruggi la civiltà, mandi in rovina la natura, sganci bombe in nome del dio nero, distruggi ciò che l’intelletto ha creato. Ah povero! Ma si sa… la sicurezza! Eh già, bisogna sentirsi sicuro in questa nostra strana esistenza. Chi non è sicuro è un debole, chi è debole pensa. E giù di mani, giù di bombe. Ah la sicurezza! Sei pornografico mio caro pervertito con queste tue tristi azioni. Passi dal moralizzatore al guerriero, dal fanatico al cattolico (saranno poi la stessa cosa?). Sei il pervertito dalle mille forme ma da un unica faccia: quella della decadenza. Ma ora basta è tardi per parlare, avrei soltanto voglia di abbandonarmi alle acque e lasciarmi trasportare dall’umile vento.
Siccome in mobile ero mi fermai a pensare. Vidi persone scorrere davanti ai miei occhi come lunghi torrenti, altre che si soffermavano ad osservarmi come se fossi un’entità a loro non confacente, altre ancora… Seduto lì su quella mia umile sedia, sintomo della mia condizione, trovai il varco in quella sottile breccia che il muro dinanzi ai mie occhi mi offriva. Eppur aspettavo qualcuno che con mano gentile prendesse la mia e mi indicasse che quella era la via. Avvicinai i miei occhi verso quella libertà senza scorgere alcunché. “Perché?” mi chiedevo invano. Alcuna risposta mi sarebbe stata data. Eppur… se solo… Non vidi altro che volti corrugati dall’odio, dall’ira, dal denaro. Volti che sembravano grugnire come solo la peggior belva saprebbe fare. Essi non erano quegli animali che hanno il logos né erano accomunabili ad alcuna nobile bestia che Madre Natura ci ha fatto conoscere. Loro erano là, in quel lungo e triste dimenticatoio scelto da loro. Grugnivano, grugnivano, grugnivano sempre più. Cosa potevo io fare se non star seduto in attesa che qualcuno allungasse una mano? Che mi prendesse e mi aiutasse a ridurre a niente quel muro in cui una sottile breccia mi aveva dato un falso motivo di speranza? Me ne stavo ancora una volta seduto a guardare facce tristi e volti increspati dal potere. In tutti loro scorreva un lungo male, l’eterno virus della dispersione mentale, l’abbandono del logos, la disgregazione dell’io, in tutti loro scorreva la perversione. Chi ero io? Perché me ne stavo lì affetto dal mio incurabile male? Attesi con ansia, attesi invano, che qualcuno un giorno mi tendesse la sua mano. Eccoli ancora come corridori lungo un percorso ad ostacoli che ignoravano. Eppur… se solo… Aspettavo, ma nulla accadde. Giunse così l’ora della mia morte mentre osavo ancora una volta guardare quella breccia in quel muro. Tutto questo fu il mio ultimo sguardo rivolto a cercare cosa ci fosse al di là di quella fenditura, al di là dell’esserci. “Il sofferente è morto!” urlavano di gioia i pervertiti, perché non avevano più alcun nemico da combattere. “È un giorno di festa!” disse uno stupido vecchio. Qualcuno, qualcosa, prese il mio corpo e lo gettò nel fiume dove le dolci e calme acque lo trasportavano lungo il ciclo dell’infinito. Ecco che dunque smisi di esistere in attesa che un giorno, qualcuno al di sopra della quotidianità, dell’indifferenza, della semplice e banale conoscenza, al di sopra del buffo dire volgare del pervertito, facesse la sua comparsa. Ma sono solo elucubrazioni le mie.